Ogni rivoluzione porta in seno delle vittime e la nostra rivoluzione, contemporanea digitale impalpabile mondiale, oggi ha ucciso una ragazza di 31 anni.

 

La mia generazione, quella tra i 30 e i 40-45 anni, credo sia quella più vulnerabile: a cavallo tra due mondi, non appartiene a nessuno dei due.

Abbiamo un passato di mondo esclusivamente reale, la massima virtualità di media con cui potevamo interagire erano le lunghe telefonate sul fisso, costantemente monitorate e interrotte da genitori urlanti “metti giùù!” per il motivo più concreto del mondo “e poi chi paga la bolletta?”

Abbiamo un presente di mondo virtuale economico, leggero, invasivo, senza però averlo compreso fino in fondo, senza averne assunto i comportamenti adatti e coerenti a questo “nuovo mondo”.

 

La seduzione del web è forte, ci spinge ogni giorno a pensare che potremmo diventare una star. I media parlano continuamente di video virali, i telegiornali stessi riportano ormai tra le prime notizie quella di webstar nate in un solo giorno su youtube.

L’accessibilità a tutto ciò è così diretta e vicina – è già lì sul nostro comodino per farci sognare prima di addormentarci – che non abbiamo più filtri per interpretarla.

 

Cos’è successo nella mente di questa ragazza che decide di fare un video che viene definito dal Tribunale “consenziente” per la frase “stai facendo un video? Bravo”?

Che livello di consapevolezza c’era in quella prima frase? E poi nel gesto a seguire di condividerlo a 6 persone tramite Whatsapp?

 

Perchè un nativo digitale, se fa delle foto o video osè, usa prevalentemente Snapchat?

Sa che può esprimere sè stesso ma lo fa in un ambiente relativamente protetto, i video di Snapchat si autodistruggono dopo pochi secondi: spariscono ovvero NON esistono più.

 

L’inghippo è nella generazione di mezzo: non troppo vecchia per aver vissuto la maggior parte della propria vita con un alto senso del pudore e della privacy (riconducibile al proverbio semplice ma incisivo come un comandamento “i panni sporchi si lavano in casa”) e non troppo giovane per aver inglobato la vita virtuale nel proprio DNA. Dai nativi digitali in poi c’è una diversa consapevolezza della potenza e del significato della pubblicazione nel web: è il loro medium esattamente come per noi lo era la Smemoranda a scuola.

 

La generazione di mezzo ha vissuto l’arrivo dei cellulari e, come per incanto il 19 febbraio 2014 con l’acquisto di Whatsapp da parte di Facebook, i nostri contatti del mondo reale e ai quali avevamo dato il nostro numero privato, sono diventati contatti del mondo virtuale, quello a cui facciamo vedere solo la nostra parte vincente e sorridente, ovvero quella pubblica, quella di quando si cammina per strada o si va in piazza.

 

Il web vince sul mondo reale non solo perchè è seduttivo, ma anche perchè non ha fondo.

Nel web non hai mai la percezione che una cosa sia finita, conclusa, come se fosse l’acquisto di un paio di forbici. Nel web si mette tutto continuamente in discussione e si sa che si può cambiare il colore dell’impugnatura, la lunghezza della lama, la composizione degli elementi anche di una semplice forbice.

 

Il web vince sulle donne perchè le parole “crea” e “condividi” sono parole legate alla base della struttura di personalità femminile: le donne “condividono” il proprio corpo con un altro essere vivente, che poi è colui che “creano”. Anche se non fanno figli, queste parole sono insite nel modo di interagire con l’esterno.

 

La condivisione che ha fatto questa ragazza del proprio video è, a mio avviso, frutto di un corto circuito tra mondi paralleli in cui, molto probabilmente, ogni giorno apriva un social che gli chiedeva di condividere qualcosa di sè.

 

E, come quando qualcuno ti continua a riempire di complimenti, alla fine finisci per credere che tutti ti vedano così… dimenticando che in realtà c’è un altro proverbio popolare che ti salverebbe dall’oblio: “chi ti loda, ti imbroda!”

 

 

 

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