Questo articolo è apparso per la prima volta su Medium

Per alcuni anni ho fatto la fotografa e quando mi dicevano che ero unacreativa o un’ artista restavo sempre un po’ perplessa. Nel primo caso perchè il fatto di produrre foto, molto spesso seguendo le indicazioni del giornale o dell’agenzia, lo percepivo più come atto esecutivo che creativo. Nel secondo caso scattava un problema di significati sottesi: in Italia, quando ti danno dell’artista, più o meno consapevolmente ti stanno dicendo che non hai voglia di lavorare.

Ma intanto questa lettura della professione continuava a girare attorno a me e, alla fine, mi ero quasi convinta.

A me che era sempre piaciuto organizzare, pianificare, mettere in ordine (sia le cose che i pensieri) avevo dovuto nascondere, un po’ a malincuore, quella parte di me perché era meno “cool”.

Poi sono andata a Berlino. E in mezzo a quella marea di artisti, disoccupati, clubber, drug&beer addicted, eccetera eccetera, ho capito che il vero talento creativo era rendere concreta un’idea. Nel mio caso è stato immaginare e realizzare un progetto fotografico sulla città ma, invece di produrre foto, ho provato a renderlo operativo attraverso una serie di workshop per fotografi.

Dal pensare alle storie da far raccontare, al decidere che autori invitare come master, al farlo sapere al settore fotografico, al decidere le date, comprare i voli aerei, prenotare l’airbnb, dal trovare la location giusta per i workshop fino a portare l’acqua e le merendine per i partecipanti… tutto questo faceva parte di un’impalcatura che si stava costruendo man mano nella mia testa. Ma in quel momento ero troppo concentrata nell’evitare di fare errori per rendermi conto di quale opera architettonica stavo definendo nella mia mente.

Il divertimento e la consapevolezza sono arrivati ora. Grazie all’idea e ai contatti del fotografo Stefano De Luigi che mi ha proposto di collaborare insieme per creare il VII Masterclass, ora sto costruendo uno dei percorsi formativi più stimolanti che io possa immaginare. Ringrazio Stefano per avermi dato fiducia e libertà d’azione. Sono convinta che le persone più grandi di spirito, sappiano riconoscere il talento degli altri e gli diano uno spazio e un tempo per esprimerlo.

Vedo questo masterclass come un’opera di architettura moderna. Le linee sono pulite ma l’opera nel suo insieme ha un certo impatto. La pulizia delle linee è una cosa fondamentale, vuol dire che dietro c’è un grande lavoro di rifinitura, di rimozione del superficiale, di individuazione dell’essenziale.

Nello specifico per me significa: 24 partecipanti che arrivano da 13 stati, di cui alcuni anche da oltre oceano. In ognuna delle 3 sessioni più di 5 relatori da gestire sia a livello logistico che a livello didattico.

Un totale di una trentina di persone che ogni volta arriva a Milano da punti diversi del mondo e segue un percorso formativo che ho studiato sui libri e nel web, pensato, digerito e, infine, scritto. Un programma che rifinisco continuamente per migliorarlo, per aggiornarlo, per semplificarlo, rendendolo più articolato.

Si dice sempre che quando le cose sono ben organizzate, nessuno se ne accorge. Ed è vero. E aggiungerei: se oltre alla forma, anche il contenuto è ben pensato, allora stai facendo qualcosa che lascerà un segno nelle persone coinvolte.

Quello che sto cercando di fare con questo percorso formativo è stimolare 24 menti a ragionare fuori dagli schemi. Non è un segreto che il fotogiornalismo è un settore che sta vivendo una crisi devastante. La figura del fotoreporter è profondamente messa in discussione non tanto dalle nuove tecnologie, ma dalla nascita di nuovi canali di distribuzione.

I social media sono completamente disruptive per i mass media.

E la fotografia, più di molti altri settori, sta subendo un doppio attacco. Non solo la disruption è nella diversa modalità di distribuzione ma lo è anche nel linguaggio stesso. (questo argomento che qua accenno soltanto, merita un approfondimento a parte).

Tornando al titolo di questo lungo post, l’attività organizzativa che stoarchitettando nel pensare a quali input dare a 24 persone con altrettante teste ed esperienze e lingue diverse è quanto di più creativo io abbia mai fatto.

E’ come studiare la creazione di un percorso ad ostacoli per fare in modo che l’atleta utilizzi tutti i muscoli. E’ come creare un piccolo ecosistema dove hai la possibilità di stimolare la circolazione di idee innovative.

Una particella rispetto ai grandi ecosistemi di Google o Facebook ma con la stessa dinamica. Non posso negare di sentire l’influenza del web in questo mio modo di ragionare; anche se non sono una nativa digitale, sento di averne acquisito alcuni principi e regole.

E, per me, ora, non c’è nulla di più “cool” che poter fare tutto ciò: l’organizzazione è l’attività più creativa che si possa immaginare!