Questo articolo è apparso per la prima volta su Medium Italia

 

Il momento in cui realizzi che ottieni sempre il contrario di quello che vuoi.

tutto è iniziato un anno fa.
era agosto 2014.
dopo ferragosto.
stavo lavorando a un progetto che aveva a che fare con la fotografia, milano e l’expo.
qualche mese prima lo avevo presentato al bando di un’associazione che si occupava di selezionare idee da realizzare a milano.
il mio progetto era stato selezionato con una votazione discretamente alta: 8,5/10.
ne ero proprio contenta perchè era un progetto nato da 8 mesi di studio sulla trasformazione in atto nella documentazione visiva.
il progetto fu anche presentato, insieme ad altri, in una conferenza stampa in comune. e anche lì ne ero così contenta (!) che col cellulare ho fatto il video mentre veniva nominato.
era fine giugno 2014.
nella commissione era presente anche uno dei responsabili della comunicazione di expo2015. una di quelle persone che erano proprio pagate
per inventarsi progetti sempre nuovi per far conoscere expo.
convinta che tutto si stesse muovendo sotto una buona stella, ho sorriso felicemente in ogni foto che hanno fatto in quei giorni concitati.

poi succede che parto per Berlino e passo agosto a strutturare il sito del progetto con due amici grafici.
e poi. poi. poi.
casualmente uno di noi googla il nome del progetto. chissà il perchè poi. dato che lo avevo già fatto io prima di comprare il dominio per assicurarmi che il nome che avevo inventato, non fosse già stato usato.
e così, viene fuori, che il signor rappresentate di expo, a fine luglio aveva messo in piedi un progetto con lo stesso nome del mio e strutturato anche in modo molto simile.
inizio a mandare email piene di screenshot del web. inizio a fare skypecall con amici che poi coinvolgono altri amici pure un po’ hacker: pronti a preparare attacchi internettiani perché giustizia fosse fatta.

ma io decido di mollare il colpo perché, alla fine, quando inizi una guerra, fai sempre dei cadaveri (che possono essere anche semplici costi emotivi).
sono una che resta più propensa alla moderazione, al dialogo. anche in caso di forme di sopruso abbastanza esplicito.
fissiamo un appuntamento con anche un avvocato. la cosa si conclude a “tarallucci e vino”. Ma non posso far altro, mi ritrovo unica femmina con 3 maschi.
stanca di dover fare la voce più forte, di dover fare la più seria, di dover restare sempre incazzata, decido di ammorbidirmi e di affidarmi alle promesse fatte dal responsabile expo.
cambieremo nome al progetto. a noi non interessa nulla del tuo nome.

e così non fu.

altre mail, altre richieste da parte mia. minacce velate sempre da parte mia (del tipo: ho qualche amico giornalista!).
e poi basta.
mi sono stancata.
questa è l’italia, bellezza.” mi sono detta.
e in spirito cristiano ho anche pensato: “verrà il tuo turno e restituirai i favori che ti sono stati fatti.”
ma non voglio fare nomi. non siamo mica qua per quello.
ma m’è venuta in mente una frase che ho letto una volta: internet è percorso da una sottile linea di rancore. e io non voglio esserne da meno. e oggi ho proprio voglia di restituire un anno di favori che ho ricevuto.

segue un altro episodio in cui mi ritrovo oggetto di un maltrattamento virtuale da parte di una persona del settore in cui lavoro.
butto giù un articolino senza troppo pensarci, una mattina che avevo dormito poco. (come oggi, del resto). e improvvisamente scopro che c’è un luogo in cui anche io posso dire quello che penso.
bella scoperta! il web esiste da più di 20 anni. il primo dominio me lo sono comprata nel 2006.
ma all’epoca non esisteva ancora medium e facebook era all’inizio.

di seguito altri episodi, sempre legati al mio settore.
il primo: un festival mi contatta per chiedermi di gestirgli l’attività sui social network, dato che avevano intuito che io li stavo studiando veramente.
salvo poi propormi come pagamento un “rimborso spese viaggio”. che, a 37 anni, non vedevo l’ora di sentirmi dire una cosa simile. a quella frase sono arrossita come se fossi stata sgamata con le dita dentro alla nutella.

poi capita invece uno studio che mi cerca per propormi una scrivania nel suo spazio di coworking (veramente lontano e scomodo da dove abito) in cambio di gestirgli i social. e anche lì: ok, mi merito un tavolo.

per concludere, il caso del mese scorso: un’agenzia mi viene a cercare perché “abbiamo sentito tanto parlare bene di te” per coinvolgermi in un progetto che, da subito, vedo (e lo comunico) essere una missione molto difficile. ma fattibile. con molto lavoro di fino.
segue brainstorming, io come faccio sempre, produco idee funzionali. vado pure di power point con tutto il prospetto per il raggiungimento dell’obiettivo. tutti molto entusiasti. tutto molto bello. pregustavo già un’estate a lavorare a manetta.

così bello che il giorno dopo mi chiamano per congedarmi con una telefonata di un minuto e mezzo.
nessun rilancio.
nessuna spiegazione se non una scusa “ci dispiace ma è troppo tardi per coinvolgerti”. in quel momento avrei voluto dire che il tempo rimasto a disposizione era lo stesso di quando mi avevano cercato. ma mi rendo conto che non serve. perché tanto hanno tutto il mio materiale e le mie idee e, se vogliono fottermi, possono farlo senza pensarci troppo.
e così si viene ad oggi. giorno in cui ho avuto la conferma che si sono presi almeno una delle mie idee.
che fare?
reclamare 50/500/5000 euro per aver lasciato usare la mia testa per una strategia di marketing?!
noh. non ha senso.

se mi succede così spesso, vuol dire che il problema sono io.
sono io che non do il giusto valore economico alle idee che il mio cervello produce.
se le condivido gratuitamente, gli altri giustamente pensano che siano gratis.

del resto noi italiani siamo quelli che, quando vanno negli hotel, si portano via le saponette. perché “tanto le ho pagate”.
che cazzo ce ne facciamo poi di tutte quelle saponette?! (tra l’altro, io ne ho una collezione. potrei scambiarle come si faceva con le figurine.)

sono io che non riconosco il fatto che ho fatto miliardi di rinunce perché dovevo macinare esperienze, attraversare mondi paralleli (dal lavorare in ospedale al fare l’assistente di un autore comico), dovevo studiare tutto quello che mi pareva giusto studiare per arrivare ad avere il più possibile una mente sistemica.

oddio. non sono mica dio, neh. e non credo mi piacerebbe esserlo.
perché se fossi dio farei in modo che ogni persona che si sente un minimo coinvolta da questo mio post, mi versasse subito una cifra tra i 50 e i 5000 euro (a seconda del proprio senso etico) per aver usato la mia testa come se fosse una calcolatrice. farebbe bene a loro e farebbe bene a me.
e così, perché sono una persona fine, non scrivo l’iban ma lascio inavvertitamente scivolare il mio paypal. linda@photo-berlin.org

ripeto. temo che l’errore sia mio. devo avere una falla comunicativa. oppure è il mio aspetto che inganna… ma non è colpa mia se, geneticamente, invecchio lentamente. non è neppure colpa mia se sono sempre un’entusiasta di qualsiasi cosa mi venga proposta.

io, comunque, resto così. alla peggio, farò altri post un pochino rancorosi. ma non mi trasformerò mai in una stronza con la puzza sotto al naso.