Questo articolo è apparso per la prima volta su Medium Italia

Sto seguendo la Social Media Week a Milano, non perché lavoro nei social media ma perché ho un problema con l’eccesso di curiosità verso tutto ciò che è nuovo. I social media mi interessano perché hanno introdotto un nuovo modo di comunicare tra le persone. È una rivoluzione che sta investendo tutti i mercati, uno dopo l’altro, e sta persino cambiando il nostro modo di pensare, vivere e pure… di fotografare.

Da anni assisto a un grande allarmismo nel mondo fotografico professionale verso la mobile photography -prima- e i social media fotografici alla Instagram, poi.

E dato che, molto candidamente, penso sia meglio conoscere ciò che fa paura o ciò che si critica, ho seguito l’incontro “Instagram per il business”.

Qua il video dell’incontro. Se non avete tempo di ascoltarlo tutto, vi consiglio almeno il minuto e mezzo che va da 1h, 13min e 15 secondi a 1h e 15min.

Per me, in quel minuto e mezzo si risolve tutta la diatriba fotografica tra professionisti, amatori e condivisori, ovvero gli utenti che condividono foto.

È molto più importante la composizione che la qualità stessa della foto.

E non lo sta dicendo il Cartier-Bresson di turno e neanche un appassionato di fotografia ma un “Digital Brand Director di Nike Italia”.

Segue poi l’intervento di Simone Bramante, su Instagram col nome di Brahmino ha ben 595k follower, che dice:

In realtà questo strumento (indicando lo smartphone) conta poco, quando hai qualcosa da dire.

Non ho resistito e sono andata a scansionare due pagine de “Il libro della fotografia” di Andreas Feininger. Uno dei manuali per eccellenza di tecnica fotografica che nelle ultime pagine si concede una digressione sulla “Filosofia della fotografia”.

Il passaggio dove descrive il Terzo stadio nella formazione del fotografo è quasi commovente, tanto è affettuoso verso il fotografo autore:

Terzo stadio. Il questa fase il fotografo è come un pittore o un romanziere animato dall’ispirazione. Non gli importa che tipo di apparecchio usa, ma la fotografia che può ottenere. Potete vedergli tra le mani una Leica modello 1932, scrostata e sconquassata, ma le sue fotografie finiscono esposte nelle sale del Museo di Arte Moderna di New York. La sua «tecnica» può essere talvolta discutibile, la sua sincerità mai. Se un fotografo sa ciò che vuole, anche se non è padrone della tecnica, troverà sempre il modo, con lo studio e con l’invenzione personale, di esprimersi chiaramente sulla pellicola e sulla carta sensibile in modo da comunicare agli altri le sue esperienze e le sue sensazioni.

Il libro di Feininger è uscito nel 1954 in inglese e nel 1961 è stato pubblicato anche in italiano da Garzanti Editore. Simone Bramante invece mi “parla” di Instagram in streaming e mi dice le stesse cose.

Troveranno, ora, un po’ di pace i fotografi professionisti? Nessun Instagrammer gli ruberà mai il lavoro nel mondo in cui loro non sono presenti.