Questo articolo è apparso per la prima volta su Medium Italia
Luis Bogino 1917
 

Negli ultimi giorni il settore del fotogiornalismo ha mostrato a tutto il mondo la propria fragilità.

A metà febbraio il World Press Photo (d’ora in poi “WPP”), il premio di fotogiornalismo per antonomasia, ha nominato i propri vincitori. Un totale di 41 nomi tra fotografi e fotoreporter.

Dopo una decina di giorni, uno dei soggetti fotografati — un’intera città del Belgio, con più di 200 mila abitanti — si oppone all’assegnazione del premio al reportage a lei dedicato.

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E qua, secondo me, succede la prima cosa interessante:

Che sappiano o no di fotografia o di fotogiornalismo, nulla ha fermato il sindaco e i suoi concittadini dal mettere in discussione l’autorevolezza di un premio che ha una sessantina d’anni.

Ne è conseguita una messa in crisi dell’autorità del WPP, dato che ha sentito l’esigenza di fermarsi a pensare per poi riconfermare il premio. Con tutte le giustificazioni e le specifiche del caso, non (mi) è apparso altro che un bisogno di rimarcare la propria posizione. Perché, diciamolo, se questa fosse stata forte, reale e salda, non ci sarebbe stato bisogno di riconfermare le proprie scelte.

Poi, nelle ultime 24 ore, la situazione è degenerata. Il direttore del festival di fotogiornalismo più importante al mondo, (d’ora in poi “Festival di Perpignan”) esce con una comunicazione tranchant su Facebook : “This is why, after a few days of reflection, we have made the decision NOT TO exhibit the World Press this year at Perpignan.”

Il WPP a questo punto, si sente veramente mancare il riconoscimento di autorevolezza e autorità anche da qualcuno del settore. E cosa fa? Esce con un ennesimo comunicato dove decide di togliere il premio al fotografo.

Mi ricorda uno di quei giochi tipo il Dilemma del Prigioniero, dove:

La miglior strategia di questo gioco non cooperativo è (confessa, confessa). Per ognuno dei due lo scopo è infatti di minimizzare la propria condanna.

Cosa si sta confessando qua?

Che il (loro) fotogiornalismo non c’è più.

Perché se un direttore di un festival sente il bisogno di fare questa precisazione — “The photojournalists we want to represent do not call upon their cousins to fornicate in a car” — per me significa che sta venendo a mancare l’Anima, la Visione, l’Ideale.

2)

Seconda cosa interessante:

una città che ha dimostrato di essere consapevole che avere una comunicazione inadeguata di sé stessi nel web può rovinarti la vita, il turismo e il futuro.

Con questa vicenda sembra quasi che il WPP abbia il potere di cambiare in peggio la vita di un intero paese. Il fotogiornalismo, nato per raccontare e ‘dare voce a chi non ce l’ha’, se usato male si può trasformare esattamente nel contrario di quello che è convinto d’essere.

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Terzo punto:

In tutta questa pièce teatrale c’è un terzo attore, dopo il WPP e il Festival di Perpignan: il fotografo. Il Nostro, e in più è pure italiano, in questo momento sta rimanendo schiacciato tra due giganti che stanno facendo a gara su chi lo spiaccica meglio a terra. Il Nostro è diventato allo stesso tempo capro espiatorio e martire di una situazione che sta esplodendo.

Non ha fatto nulla di grave, se non mandare le foto a un premio. Quante volte anch’io ho mandato foto al WPP e, lo ammetto, l’ultima volta ho mandato pure una provocazione. Non tanto per vincere (se vinci sono 1500 euro che non è che mi cambino la vita) ma per mandare un messaggio alla giuria. Ma questa sono io, a volte nerd provocatrice, ed è un’altra storia.

Quindi, caro Troilo (il cognome del fotografo), hai tutto il mio supporto nell’aver mandato foto “artefatte”. Non è compito del partecipante verificare la propria autenticità (cosa che per altro è relativa al nostro modo personale di leggere la realtà) ma di chi si siede su una sedia e si dichiara giuria, ovvero:

un Gruppo di persone designate a sorvegliare lo svolgimento, esprimere il giudizio ed eventualmente assegnare i premi, in competizioni sportive, mostre, concorsi vari. ( treccani.it/vocabolario/giuria)

1915.

Ora mi fermo un attimo e vi catapulto per un secondo in un’altra dimensione: un secolo fa. Il 1915.

A Torino c’è una mostra che racconta la prima guerra mondiale attraverso le foto e i video di cineoperatori e fotografi. I tre quarti della foto esposte sono di Luis Bogino. Un nome che non avevo mai sentito prima di entrare alla Mole Antonelliana.

Eppure questo Bogino ha fatto un lavoro immane di documentazione. Certo, era un fotografo dell’esercito ed erano altri tempi. Ma senza pretese e senza costruzione, mi ha portato lì in trincea e nel “daily life” dei soldati.

Luis Bogino, 1917

E ora un video della mostra. Ho registrato solo pochi secondi ma sono 11 secondi che mi hanno fatto provare qualcosa di veramente forte. Non è certo una bella sensazione, ma mi scuote profondamente dal torpore del (mio/nostro) quotidiano.

Riprese di casi neuropatologici realizzate nell’Ospedale Militare di Torino durante la prima guerra mondiale.

 

Ecco. A me manca questo della documentazione contemporanea. Potete dirmi quello che volete: che i giornali non pagano più, che se manca il fotogiornalista manca colui che racconta la realtà, mi potete parlare dell’importanza dell’etica, della professionalità, del valore dell’interpretazione.

Ma io, dopo aver guardato la gallery del WPP, ho pensato che c’erano delle foto molto interessanti, ma ormai erano diventate così curate che (mi) tenevano ferma al piano dell’immagine: quasi non riesco più a sentirne il contenuto.

E tutta la diatriba che ne è seguita mi conferma tutto ciò.

La vera documentazione per immagini ha perso la sua purezza, la sua autenticità ed è finita nel perdersi in dinamiche da Sanremo (che, tra l’altro, quest’anno era negli stessi giorni): tu hai copiato, tu eri in playback, ti dò il premio e te lo ritiro… e tutto il resto.

Il punto è che Sanremo è una macchina macina soldi ed ha senso creare tutto quel rumor attorno.

Ma il fotogiornalismo, no. Non sono certo i soldi che lo fanno stare in piedi.

Tant’è che il premio più importante, il WPP appunto, non prevede alcuna forma di riconoscimento monetario per i secondi e i terzi classificati.

Quindi non è certo per il guadagno che si fa tutto ciò. Ma per il Nome.

Il problema è che ora il Nome si sta affacciando su un nuovo mondo dove nessuno l’ha mai sentito prima.

E, anche se lo urla sempre più forte, non vuol dire che l’interlocutore capisca: prima bisogna spiegarsi, raccontarsi, trovare un linguaggio comune.

2015.

Mi immagino questo momento storico come il signor Perpignan e il signor WPP che sono in mezzo a un rotatoria e stanno discutendo e urlando su che direzione prendere e ognuno vuole fare la voce sempre più grossa.

Mentre, se solo si guardassero attorno, si renderebbero conto che il traffico sta scorrendo tranquillo, la segnaletica è ben visibile, non ci sono incidenti, tutti sanno dove andare.

Lo so che è faticoso scendere dal fortino e ricordarsi di quando si è iniziato il tutto. Ricordarsi dei sentimenti genuini che hanno avvicinato tutti noi al fotogiornalismo come racconto della realtà.

Bisogna tornare indietro, andare a riprendere i propri sogni, dimenticarsi dei premi, dei nomi, delle doppie pagine sui giornali.

Mi pare l’unico modo per non far morire la vera bellezza, nel suo significato di autenticità, di questo tipo di fotografia. Questa sua caratteristica unica, speciale e così diversa da quell’altra fotografia: quella di moda, di pubblicità o d’arte.

Bisogna ricordarsi chi è il vero fotogiornalista. Ne ho conosciuti alcuni, di altri mi hanno raccontato, che si sono scavati nell’anima così a fondo da perderla… e tutto per la ricerca dell’autenticità.

Per me, per quello che so, il vero fotogiornalista è un fotografo che sparisce. Non si vede, non si sente, non c’è. È totalmente proiettato verso l’altro, lo accoglie, lo comprende, non lo giudica, lo stima e, per finire, lo libera da sé stesso, dagli stereotipi e dalle finzioni.

Il vero fotogiornalista non guarda una macchina parcheggiata dal dietro, ma ci sale sopra. E quando la realtà si fa troppo vicina, può succedere che il fotogiornalista ingrani la marcia e si lanci nel mare di Rimini.