Sono una decina d’anni che frequento il mondo del fotogiornalismo sia in Italia che all’estero, sia per workshop che per festival sia come collega che come allieva.

Quando entrai in questo ambiente a maggioranza maschile, trovai le porte aperte: ognuno ti accoglie e ascolta con disponibilità, un po’ perchè potresti portare idee nuove, un po’ perchè le potresti portare in futuro se la tua tenacia e professionalità resteranno salde e costanti.

Ma spesso, molto spesso e più si sale di livello e dalla fotografia di cronaca si passa al racconto (il reportage) per arrivare fino al libro fotografico, la comunicazione tra gli “addetti ai lavori” diventa sempre più complessa, criptata, allusiva, i m m a g i n a t a.

Il non-detto supera il detto e molto spesso sono più gli occhi di un fotografo che parlano, che le parole che dice; proprio perchè per sua natura il suo principale linguaggio di espressione avviene grazie allo sguardo.

Guardiamo migliaia di foto al giorno, quelle sue giornali, quelle sui social, quelle sul web in generale ma quasi mai ci mettiamo nei panni di chi ha fatto quella foto perchè la foto, una volta fatta, è come se diventasse un oggetto a sé stante, quasi imponesse una vita propria.

Solo i professionisti, quasi sempre le/i photo-editor, hanno quella sensibilità sviluppata in anni e anni di lavoro con le immagini, di sentire chi c’è dietro, di quello che ha provato, di come stava nella situazione, di che relazione aveva creato con il soggetto fotografato.

E’ vero che si dice che più un fotoreporter è bravo e più tende a sparire nella foto ma non è una contraddizione rispetto a quanto scritto sopra, perchè la relazione c’è ed esiste, e lui/lei è là, esattamente insieme al soggetto fotografato che ha “accolto” dentro di sè a tal punto che il soggetto fotografato si è sentito libero e autorizzato a mostrare sé stesso senza filtri. Perchè i filtri li deve mettere il fotografo.

E più sarà “bravo” ovvero capace di arrivare nel cuore e nella mente del grande pubblico e più diventerà esperto e maestro di un comunicare non detto, non verbale, non scritto. Una forte empatia visiva capace di rispondere alle richieste di chi ha davanti ancor prima che vengano enunciate. 

Forse se ci vogliamo avvicinare alle fotografie in guerra o in altri disastri naturali o umani, dovremmo fare quell’esercizio che si faceva una volta con i poster in 3D, gli autostereogrammi, e cambiare la modalità di lettura visiva dalla realtà bidimensionale dell’immagine a una diversa messa a fuoco, proprio come si fa con gli autostereogrammi.

Se riusciamo a farlo e ad entrare anche solo per 1 secondo nella stessa identica posizione di chi ha fatto la foto, potremmo sentire attorno a noi il resto del luogo, la tensione (o pace) attorno a noi, sentire se siamo soli o immersi nella folla, se stiamo bene o ci fa male la testa.

Più guardiamo così, più andremmo in giro con uno sguardo diverso, come se fossimo miopi senza occhiali. E a sguardo diverso, spesso si associano linguaggio e comportamento diversi.

Restando sempre nel visivo – dato che si parla di fotografia – la seconda messa a fuoco nell’autostereogramma.