arles

July 25

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Del perché ho (personalmente) apprezzato l’edizione del festival di fotografia di Arles di quest’anno.

Non è mio compito spiegare cos’è il festival di Arles, basta cercarlo in google e si trovano tutti i dettagli, le informazioni e i commenti di giornalisti e/o addetti alla fotografia.

Dico solo che è la 45ima edizione e, a priori, nutro sempre un grande rispetto per chi ha una “certa età”. So di default che ha qualcosa da dirmi e che è sicuramente importante.

Quindi, seguiranno solo le mie personalissime riflessioni.

Sono andata al festival, come quando andavo al cinema una volta. Senza leggere nulla prima, senza neanche sapere la trama. E quello che ho visto è stata una serie infinita e continua di raccolte, collezioni ed elenchi. Non ho trovato “foto belle”, quelle che in molti si aspettano da uno dei più importanti festival di fotografia del mondo.

In nessuna delle mostre qualcuno mi stava dicendo “Adesso la più bella fotografia è questa e tu devi saperlo”. Il più importante festival di fotografia d’Europa, mi stava fornendo una riflessione sul mezzo. La sua riflessione. Mi stava dicendo: “La fotografia è ovunque, non sappiamo più cosa fare di tutte queste foto, siamo intasati di immagini e l’unica cosa che possiamo fare è… mettere in ordine!”

Esattamente come quando dobbiamo risolvere un problema e non troviamo una soluzione, sappiamo che solo un elenco dei pro e dei contro molto probabilmente ci avvicinerà a quello che ci pare più razionalmente giusto.

E così ho visto il festival di Arles. Così abituato ad essere portavoce di novità, di talenti emergenti e al contempo di autori riconosciuti, che — nel 2014 — si chiede: cosa sta cambiando? Come si sta modificando il significato / il linguaggio dell’immagine? Cosa dicono i grandi autori?

Per questo, mi pare interessante, notare come:

– La mostra di Martin Parr era una raccolta di immagini e video sulla propaganda cinese. Un’esaustiva attività di esplorazione e di ricerca. Esplorazione che Parr ci ha fatto rivivere fornendoci di torce all’inizio della visita e trasformandoci tutti in esploratori della fotografia

– La mostra di Raymond Depardon era una raccolta di scatti orchestrati da Depardon con linee guida molto chiare ma fatti da gente comune

– La mostra di Erik Kessels era una raccolta di autori olandesi che — a loro volta — fanno raccolte di immagini seriali del mondo: tutti i tombini, tutti i selfie, tutte le amiche che fanno la pipì, ecc.

– Tutte le altre mostre erano collezioni vere e proprie (dichiarato quindi già dal titolo della mostra) se non foto di ritagli di foto dello stesso argomento della foto (Muniz)

Quindi ad Arles si sta mettendo ordine. E si sta iniziando a riflettere, nei panel di discussione, alla fotografia del XXI secolo. Il panel più importante del festival, spalmato su 3 giorni, voleva proprio iniziare a “svecchiare” l’argomento con un titolo che non è più una domanda, ma una definizione:

“Photography: the shared art of the 21st century”

Se lo dice il festival di Arles, che ha 45 anni, forse è tempo di iniziare a crederci.