Il World Press Photo è considerato uno dei premi più importanti del fotogiornalismo. E’ un premio con una storia molto lunga – è alla 60ima edizione – e ogni anno cerca di definire qual è la foto con contenuto giornalistico più importante dell’anno. I parametri di valutazione sono diversi e variano dal significato del contenuto riprodotto alla componente estetico-visiva che si riferisce alle regole scritte e non scritte della composizione fotografica.

Per quanto riguarda la parte di contenuto dell’immagine fotogiornalistica è fondamentale che la foto riproduca un fatto reale, non ricreato e non artefatto del mondo in cui viviamo. Non possiedo le adeguate competenze giornalistiche per poter disquisire o meno se la foto vincitrice avesse effettivamente il contenuto più importante dell’anno, ma sul piano visivo-fotografico riesco ad avere un pensiero frutto di una decina d’anni a “guardare” foto.

Da quando ho visto la foto dell’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia a dicembre 2016 mi sono accorta che non mi stava scandalizzando come avrebbe dovuto ma – anzi – c’era qualcosa sul piano visivo e bidimensionale che non riusciva a “bucare” nel mio cervello una connessione col piano di realtà.

Fino ad oggi, quando improvvisamente mi è tornato in mente Cattelan. E allora ho capito.

 

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Winner, World Press Photo of the Year for 2017  An Assassination in Turkey. Burhan Ozbilici / AP / WPP

 

La foto vincitrice aveva già il terreno pronto da anni. La confusione mentale che si crea dall’usufruire in contemporanea su uno stesse medium elettronico, di immagini che documentano una realtà reale e immagini che riproducono una realtà artefatta ha portato la (mia) mente a una libera associazione con qualcosa che aveva già visto: le opere di Maurizio Cattelan, artista contemporaneo molto conosciuto che riesce a creare attorno a sé sempre molti rumours ad ogni opera nuova.

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E non credo sia solo questione dello sfondo bianco del pavimento e delle pareti, dell’uomo con completo scuro e la cravatta, di quei capelli neri e di quella bocca aperta in un urlo che ricorda i baffi di Hitler, né tanto meno il braccio alzato con quella forte carica energetica.

No, credo ci sia altro. Di ben più sottile e impercettibile.

E’ il fatto che ora il nostro linguaggio visivo è più condizionato dalle immagini che vediamo attraverso un facebook, un instagram o un google che si voglia, esattamente come un tempo lo facevano i dipinti nelle chiese.

La nostra educazione visiva ha cambiato “fornitore” ma funziona nello stesso modo: (ri)trovare un qualcosa di già visto per (ri)conoscerlo e validarlo. Solo dopo ascolteremo il contenuto, esattamente come nella musica ci arriva quasi sempre prima la melodia del testo.

Che il fotogiornalismo stia cercando di riemergere dal buio in cui il web visivo l’ha spinto è un dato di fatto. Che il premio più importante di fotogiornalismo debba farsi pioniere (volente o nolente) di questa nuova ricerca visiva per ridare dignità a un lavoro così prezioso, è di grande importanza storica.

E, come la foto di Abu Ghraib del prigioniero incappucciato e in piedi su una sorta di piedistallo, ricordava istintivamente il supplizio di Cristo sulla croce – e quindi un’immagine dell’iconografia classica irrompeva nella lettura dell’immagine contemporanea dando una forza comunicativa dirompente a un fatto di cronaca scandaloso – allo stesso modo la nuova iconografia contemporanea deriva direttamente dalle dinamiche virali del web: ecco il perchè la foto vincitrice (mi) ricorda tanto Cattelan.